Entrare nelle pagine de Il Club delle Divorziate di Kazuo Kamimura non è una semplice lettura, è un’esperienza sensoriale che ti si appiccica addosso come l’odore di sigarette vecchie e alcol in un vicolo di Ginza alle tre del mattino. Dimentica i toni distaccati: qui siamo nel cuore pulsante e malinconico della Tokyo degli anni Settanta, dove il boom economico inizia a mostrare le sue crepe umane più profonde. Al centro di questo noir emotivo c’è il Rikon Club, un locale che già nel nome — “Il Club dei Divorziati” — suona come uno schiaffo in faccia a una società che vedeva la fine di un matrimonio come una macchia indelebile. A gestirlo c’è Yuko, una venticinquenne magnetica che ha dovuto barattare la sua giovinezza con una maturità forzata, diventando la “Mama” di uno staff di donne considerate “scarti” dal Giappone tradizionale.



L’altare di sangue e il silenzio di Yuko
La narrazione di Kamimura ti morde subito con una violenza psicologica inaudita quando Sacchan, una delle ragazze del club, mette in scena un tragico tentativo di suicidio davanti ai clienti, distrutta da una relazione tossica con uno scrittore nichilista. È un momento brutale che si chiude con un’immagine che non dimenticherai: Yuko che pulisce in silenzio uno sputo di sangue dal suo pianoforte bianco. Quel pianoforte non è solo un mobile costoso, è l’altare dei suoi sogni matrimoniali distrutti, sporcato dalla realtà di un presente che consuma le persone come sigarette. Kamimura è un maestro nel farti sentire questo “splendido isolamento”, alternando vedute soffocanti della città a dettagli minimi, come il fumo di una sigaretta o il riflesso di un bicchiere, creando un’atmosfera di noir emotivo che ti toglie il respiro. In questo microcosmo notturno, ogni personaggio è ritratto con una profondità psicologica che toglie il fiato. Yuko incarna una maturità forzata, un’eleganza che funge da armatura contro il giudizio del mondo. Ken, il barista, funge da pilastro silenzioso, colui che osserva e rimette letteralmente a posto i cocci della serata, mentre sullo sfondo l’ombra del marito pianista di Yuko evoca un passato di sogni artistici infranti.



Il sonno della maternità e il vuoto di Asako
Yuko è un personaggio di una complessità devastante: è una donna corazzata, cinica nella gestione del locale, ma che crolla sotto quello che Kamimura chiama “il sonno della maternità”. È il senso di colpa di una madre che vede la propria figlia Asako diventare una figura aliena. Il momento in cui la piccola scappa di casa per cercare il padre nell’Hokkaido è un pugno allo stomaco: quando viene ritrovata, il suo rifiuto di tornare con la madre è la punizione più severa per Yuko, la prova che l’indipendenza economica ha avuto come prezzo la perdita del presente della sua bambina. Il simbolismo qui è ovunque e picchia duro: le palle da biliardo che decorano il soffitto richiamano gli urti casuali delle vite umane, mentre i dadi che cadono male sul bancone diventano la metafora della goffaggine con cui gestiamo i nostri sentimenti. Ken emerge come uomo desiderante, il cui affetto per Yuko oscilla tra devozione e gelosia repressa. Tokiko Madenokoji, la nuova arrivata dal passato nobile, introduce un elemento di mistero e decadenza aristocratica; i suoi occhi “da cuculo” suggeriscono una natura forse ancor più ferita di quella delle altre donne. La piccola Asako infligge la ferita finale: preferisce la nonna alla madre, che ormai per lei è solo un’estranea elegante che profuma di alcol.



Simbolismo noir e svalutazione sociale
Il simbolismo è, come sempre in Kamimura, visivamente folgorante. L’incendio in città rappresenta il desiderio che divora, ma anche il rischio di “incendiare il cuore” che Yuko teme sopra ogni cosa. L’accendino dimenticato da un cliente diventa il simbolo di una notte di cui non si ha memoria, un frammento di intimità senza volto che interroga Yuko sulla sua stessa dignità. Gli inari preparati per la figlia sono l’unico ponte materiale tra i due mondi di Yuko, un tentativo di “dare sapore” a una presenza materna che è, nei fatti, quasi inconsistente. Molto suggestiva è anche la metafora degli uccelli migratori: esseri che volano guardando le stelle per trovare la rotta, proprio come le persone sperdute cercano un punto di riferimento nel buio della loro esistenza. Il realismo sociale di Kamimura non si ferma alla superficie, ma intreccia la vita di Ginza con la cronaca nera e le statistiche. La morte di una giovane hostess in un incidente stradale diventa il catalizzatore per riflettere sul valore di una vita “marginale” nel Giappone del 1974. Sanada, il contabile, suggerisce che siamo tutti pesci che abboccano a un amo invisibile, prigionieri di un desiderio di soccorso che non arriva mai.



Il prezzo della primavera e la recita del matrimonio
Il viaggio a Izu, tra sorgenti termali e cene bagnate dal sakè, diventa la resa dei conti finale con l’idea del matrimonio, visto solo come una recita sociale a cui Yuko non è stata capace di partecipare. Lo stile grafico di Kamimura, quel “romanticismo decadente” fatto di linee sottili e neri profondissimi, esalta il contrasto tra il buio della città e il bianco della neve o del vapore. Ogni tavola trasuda una stanchezza infinita, la stessa che provi guardando Yuko camminare sotto l’arcobaleno finale: non è un segno di speranza, ma una tregua temporanea in una vita che è solo un mosaico di frammenti di altre persone. La svalutazione sociale della donna emerge poi in tutta la sua crudeltà attraverso i dati sulle hostess: vite che valgono meno di quelle di un operaio perché i loro guadagni non sono riconosciuti dallo Stato. È una filosofia della sopravvivenza amara, dove Mari, un’altra ragazza del club, teorizza la necessità di distribuire la passione su più uomini per rendere il dolore più leggero.
Un corpo triste che resiste
Il simbolismo finale delle unghie che crescono su un “corpo triste” e dell’amo da pesca rappresenta l’ultimo grido di aiuto. Yuko si sente come un pesce dorato che abbocca alla malinconia per stanchezza. Anche l’inserimento sardonico dell’alter ego dell’autore, il “Maestro Kamimura”, rivela la sua solidarietà verso queste donne, ponendosi allo stesso piano dei clienti. L’impatto emotivo resta asfissiante. La fuga di Asako dimostra che la bambina soffre la mancanza di un padre fallito più della presenza di una madre di successo. Yuko che riporta la figlia a casa e torna ad aprire il club è l’immagine definitiva della rassegnazione: il bancone è l’unico posto dove può stare, vendendo sogni pagati con un sudore pesantissimo. Questa è letteralmente la storia di un amore che finisce, raccontata con l’inchiostro del dolore e la luce fioca delle insegne al neon. È un’opera monumentale che ti lascia addosso un senso di vuoto, ma anche la consapevolezza della dignità che risiede nel saper resistere.
Un (altro) immenso grazie a J-POP Manga che l’ha rimesso disponibile : avevamo bisogno di tornare a perdere la rotta tra le stelle di Ginza insieme a Yuko.



