MGWCMX 2024: Ci siamo stati e, porca miseria, che roba!
Se a fine novembre vi è capitato di passare vicino alla Fiera di Rho e avete sentito una specie di boato energetico, tranquilli, era solo il Milan Games Week & Cartoomics. Chiamarla “fiera” ormai è riduttivo, è diventata una specie di capodanno laico per chiunque viva di pane, cultura pop e nottate insonni. Dopo l’edizione del 2023 che aveva spaccato ogni record, la domanda era una sola: potevano fare di più? La risposta, dopo aver macinato chilometri tra i padiglioni, è un “sì” grosso come una casa.
Quest’anno hanno capito una cosa fondamentale: non ha più senso tenere separate le anime, quella dei videogiochi e quella dei fumetti. È tutto un unico, gigantesco calderone di passioni. Chi si sfonda di manga magari passa la notte a farmare su un GDR, chi colleziona comics americani è il primo a fare la coda per provare un gioco indie. Hanno fuso tutto in un mostro unico e cazzuto. E il manifesto di quest’anno, disegnato da un talento come Simone Di Meo (uno che presta le matite alla DC, tanto per dire), lo urlava in faccia a tutti: un’esplosione di energia dove comics, videogiochi e Giappone si mescolano in una figata pazzesca.
La vera mossa da maestri, però, è stata un’altra. Hanno smesso di combattere la battaglia persa delle anteprime mondiali. Nell’era degli annunci in streaming, non puoi basare un evento su “cosa provi”, ma su “chi incontri“. E su questo, ragazzi, hanno fatto il botto.
Il cuore d’inchiostro: Un Olimpo di fumettisti che manco a San Diego
I padiglioni dedicati al fumetto erano semplicemente da stropicciarsi gli occhi. Panini Comics ha calato un tris d’assi che ha fatto tremare i polsi. Parliamo di Jason Aaron, cazzo. Il tizio che ha riscritto Thor rendendolo un dio del tuono epico e dannato, l’architetto di storie che ci hanno tenuti incollati per anni. Potergli parlare, farsi firmare un albo, è una di quelle cose che racconti ai nipoti. Accanto a lui, Pepe Larraz, l’artista che con le sue tavole per gli X-Men ha creato roba che ti si stampa nella retina. Le sue matite sono pura dinamite, e sentirlo parlare di come ha costruito il mondo di Krakoa è stato come sbirciare dietro le quinte della magia.
E poi, il Giappone. L’area Electric Town era un delirio, una piccola Akihabara trapiantata a Milano. J-POP Manga ha fatto il colpaccio portando Hiroyuki Etō, il creatore di Guru Guru. Per chiunque sia cresciuto con quel cartone animato assurdo e geniale, è stato un colpo al cuore. Le code per aver la sua firma erano chilometriche, una processione laica per ringraziare il maestro di averci regalato Nike e Kokori. Questo dimostra quanto l’affetto per certe opere non muoia mai, anzi.
Ma non è finita qui. C’era un’invasione di talenti nostrani. Simone Di Meo celebrato con una mostra personale, lo stand di Astorina con i disegnatori di Diabolik che facevano sketch dal vivo, e il fenomeno Gigaciao (la casa editrice di Sio, Dado e Fraffrog) che era un formicaio impazzito di gente. Vedere così tanti artisti, dai giganti americani ai talenti emergenti nell’Artist Alley, tutti lì a portata di mano, ti fa capire una cosa: il fumetto è vivo, sta benissimo e ha una fame boia.
Oltre il controller: La Games Week ha cambiato pelle (ed è una figata)
Parliamo dell’elefante nella stanza: l’assenza di stand ufficiali di Sony e Microsoft. Qualcuno potrebbe storcere il naso, ma secondo me è qui che si vede l’intelligenza dell’organizzazione. Hanno capito che il mondo è cambiato. Invece di piangersi addosso, hanno cambiato le regole del gioco.
Certo, Nintendo era lì, con il suo solito, gigantesco parco giochi che è una garanzia di divertimento. Ma il vero cuore pulsante della Games Week era altrove. Prima di tutto, nell’Indie Dungeon. Un’area enorme, piena di sviluppatori italiani con un talento della madonna, che ti facevano provare le loro creature. Dal Far West con i dinosauri di Dino Path Trail al soulslike ispirato al folklore italiano, Enotria: The Last Song. Questa è la roba che ti fa battere il cuore, vedere la passione e le idee che ribollono nel nostro paese. Supportarli è quasi un dovere.
E poi, la mossa da scacco matto: il cast di Baldur’s Gate 3. Incontrare dal vivo gli attori che hanno dato voce e anima ad Astarion (Neil Newbon), Lae’zel (Devora Wilde) e Shadowheart (Jennifer English) è stata un’esperienza quasi mistica. I loro racconti, la passione che hanno messo in quei personaggi, hanno creato un legame fortissimo con il pubblico. La gente era in visibilio, pendeva dalle loro labbra. Questo dimostra che il videogioco non è più solo gameplay; è storie, è personaggi, è emozioni. E poter incontrare chi quelle emozioni le ha costruite vale più di mille demo. È stata la vittoria della community, del cuore che batte dietro lo schermo.
Un casino di passioni: Dai giochi da tavolo ai concerti
Quello che rende grande questa fiera è che non si ferma mai. Ti giri e inciampi nell’area Unplugged, un’oasi dove si celebrano i 50 anni di Dungeons & Dragons e dove i tavoli per provare Disney Lorcana sono presi d’assalto. Ti sposti e finisci sul Central Stage, dove prima c’è un panel e un attimo dopo ti ritrovi a cantare sotto il palco con i The Kolors o i Coma Cose.
E in mezzo a tutto questo, loro: i cosplayer. L’anima vera e colorata della fiera. Persone che passano mesi a lavorare su costumi di una fedeltà spaventosa, non per vincere un premio, ma per pura e semplice passione. Vederli camminare per i corridoi è uno spettacolo nello spettacolo, è come se le tue passioni prendessero vita e ti camminassero accanto.
Allora, è la fiera definitiva?
Sì. E ti spiego perché. MGWCMX ha smesso di scimmiottare eventi come l’E3 e ha trovato la sua, personalissima e potentissima identità. Ha messo al centro le persone: gli autori che creano i mondi che amiamo, gli attori che danno loro un’anima, gli sviluppatori che sognano in piccolo per diventare grandi, e soprattutto noi, la community.
Certo, se cerchi l’anteprima mondiale del tripla A che uscirà tra sei mesi, forse questo non è più il tuo posto. Ma se cerchi un’esperienza totale, se vuoi sentirti parte di qualcosa di enorme, se vuoi tornare a casa con la borsa piena di fumetti firmati, gli occhi pieni di meraviglia e la voce roca per aver cantato a un concerto, allora non c’è posto migliore in Italia.
È il nostro capodanno. E, cazzo, non vediamo l’ora che arrivi il prossimo.



